Beato Vincenzo dell’Aquila

Nel contesto storico dell’Osservanza abruzzese del XV secolo fu senza dubbio un personaggio di rilievo il frate Vincenzo dell’Aquila, beato francescano la cui vita è narrata nella cronaca di frate Alessandro Ricci da Collebrincioni, concittadino e coetaneo di Vincenzo. Si sa che egli nacque nel locale della “rivera” nel 1430 e che entrò nel convento francescano osservante di San Giuliano tra il 1444 e il 1450, ossia in un periodo compreso tra la morte di San Bernardino da Siena e l’anno di ingresso del cronista nel convento. Le vicende relative alla fanciullezza e all’adolescenza del frate, così come le notizie sulla famiglia e sulla parentela, si perdono nelle molteplici leggende che tramandano talvolta la sua estrazione aristocratica oppure lo ricordano come un abile calzolaio. Certamente un elemento connotativo della sua spiritualità fu il culto per la Passione di Cristo sviluppato con ogni probabilità in seguito alla predicazione con rappresentazione scenica della Passione condotta nel 1446 dal frate Paolo da Siena, discepolo del conterraneo Bernardino che da poco si era spento proprio all’Aquila. Noto pertanto come il “contemplativo della Passione”, è proprio nell’atto dell’adorazione del Crocifisso che il Beato Vincenzo dell’Aquila fu rappresentato nel celebre dipinto attribuito alla mano di Saturnino Gatti  (circa 1463 -1518) ospitato all’interno della Chiesa di San Giuliano. Nell’opera, una tempera su tavola di dimensioni contenute, il beato campeggia a figura intera su uno sfondo paesistico appena accennato e caratterizzato da una prospettiva molto ribassata. La fisionomia per nulla generica dell’anziano dal volto scavato e dall’espressione accigliata lascia presupporre una conoscenza diretta del beato da parte del pittore, il quale potrebbe aver eseguito l’opera poco prima o poco dopo la morte del frate, avvenuta all’Aquila il 7 agosto del 1504. La datazione del dipinto è infatti dibattuta tra gli studiosi, mancando prove documentali che permettano di fugare ogni dubbio in proposito. Resta comunque condivisibile la felice e ormai storica proposta di attribuzione a Saturnino Gatti avanzata da Ferdinando Bologna il quale, in un intervento dedicato proprio alla nostra tavola dipinta, fece chiarezza riguardo alla matrice culturale e stilistica del maestro stesso. Lo sfondo dell’opera, invece, caratterizzato da un paesaggio montano avvolto dalla foschia, risulta essere completamente ridipinto e non concorre a fornire indizi sull’attribuzione dell’opera. Nel dipinto, il cappuccio calato a mezza testa, il volto scarno dal profilo netto e la corporatura mordente evidenziano un profondo misticismo. Le linee chiare ed energiche, scandite con ritmo nervoso e quasi essenziale, il gioco del panneggio nel contrasto chiaroscurale danno saldezza e risalto all’immagine in uno spazio ambientale rigorosamente definito. Non è improbabile che la collocazione originaria del dipinto fosse diversa da quella attuale. E’ ipotizzabile che il dipinto dovesse occupare la parete d’altare della piccola cappella-oratorio afferente all’antico convento quattrocentesco. Un recente restauro ha infatti riportato alla luce quanto si è conservato del pregiatissimo ciclo di pitture murali raffiguranti scene della vita di Cristo e scene eremitiche che doveva percorrere le tre pareti della cappella  lasciando libera quella di fondo a cui si addossa l’altare. Quest’ultima, storicamente priva di decorazioni murali, fu con ogni probabilità destinata ad accogliere l’effigie del Beato Vincenzo che il 7 agosto del 1504 aveva trovato sepoltura in quel luogo destinato a diventare ben presto meta di continui pellegrinaggi e oggetto di culto e devozione per secoli.

Ricognizione delle spoglie del Beato Vincenzo.